Sergio Gentili, Introduzione (bozza non corretta)
Per Ricostruire l’Italia, Per una svolta a sinistra in Europa
A)Il senso dell’iniziativa è quello di ragionare insieme, a più voci, della nuova fase politica che si è aperta a livello globale, europeo e in Italia. E quindi sul cosa fare.
Crediamo utile affrontare alcune questioni:
1) la crisi del neoliberismo è il dato nuovo e di fondo della situazione.
Potrebbe essere la conclusione di una lunga fase che ha determinato la nascita di una forma particolare di capitalismo quello “finanziario speculativo”, chiamato da tempo “turbocapitalismo”(Luttwak, Ulrich Beck, Robert Reich, Krugman) o Finazcapitalismo”, come lo chiama Gallino;
2) i caratteri della transizione in atto e sulle domande di fondo: come uscirne? con quali riforme? verso quale modello di società?
3) queste domande vanno rapportate alla transizione europea e italiana.
In Europa è urgente superare l’involuzione nazionalistica data dai governi delle destre e battere la politica della Merkel (fortemente contrastata da spd e verdi) che ha gettato l’Europa nella recessione e messo in pericolo l’euro e lo stesso futuro dell’Unione.
E da noi, in Italia, la transizione si è aperta in modo emergenziale con la caduta di del governo Berlusconi e la formazione del governo Monti, che ha preso misure ispirate a politiche di rigore liberista, in cui non c’è equità sufficiente e ancora non si vedono provvedimenti per la crescita e il lavoro. Le liberalizzazioni, pur utili, non sono però politiche industriali. Né c’è un aiuto alla capacità di spesa degli enti locali e delle regioni. Queste misure insieme ai nuovi accordi europei, parziali e presi in ritardo, hanno allentato positivamente la stretta della speculazione finanziaria sui nostri bond.
Tuttavia, il governo manda messaggi ideologici e pericolosi sull’articolo 18, sul valore del lavoro, sulla concertazione considerata più una concessione che non uno strumento democratico essenziale. Verso i giovani poi si sono dette cose senza senso, snob, da chi non conosce la reale condizione dei giovani. L’impressione è che li si voglia contrapporre a inesistenti lavoratori privilegiati. Fa capolino una vecchia e pericolosissima furbizia politica di contrapporre disoccupati a lavoratori. Suggerisco ai professori di economia al governo di leggere o rileggere qualche libro di storia d’Italia o della Germania del primo dopoguerra.
Certamente, rispetto a Berlusconi si è fatto un passo in avanti, con responsabilità abbiamo accettato di sostenere questo governo di emergenza, ma come dice Bersani questo non è il nostro governo, lo sosterremo lealmente ma non a qualsiasi costo, pretendiamo che tutti facciano la stessa cosa e lo incalzeremo da sinistra.
Il governo Monti,però, per sua struttura non sarà in grado di ricostruire l’Italia.
Per questo occorre lavorare, da una parte, per unire su programmi riformatori ed esigibili le forze di centro sinistra e moderate, dall’altra parte, per impedire che si possa compattare un nuovo blocco di forze di centrodestra con un leader più potabile e una base popolare ribellistica, corporativa e localistica.
4) infine dobbiamo saper indicare il modello sociale ed economico che a cui vogliamo approdare. Noi indichiamo una società equa, sobria e sostenibile:
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Abbiamo chiesto ad Epifani, a Enrico Rossi (che però è oggi vicino alle sue popolazioni per l’emergenza neve), a Claudio Sardo e a Stefano Fassina di interloquire, di ragionare insieme a noi su questi nodi. Li ringraziamo non formalmente per la disponibilità.
B) La discussione l’abbiamo avviata con una “lettera aperta”.
Che ruota intorno ad alcune tesi.
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La prima è che La crisi attuale è globale e strutturale
causata dal fallimento dell’ideologia e delle politiche neoliberiste.
- idea di un mercato senza regole e responsabilità sociale e ambientale, al di sopra delle istituzioni democratiche e della volontà popolare, per cui
- la politica, le istituzioni, le organizzazioni sindacali e i partiti sono stati concepiti e trattati come strutture di servizio al mercato
- la selezione dei “politici” è avvenuta in modo pesante con questo segno
- sono diventati valori la competitività, l’egoismo sociale, il profitto e la ricchezza individuale.
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La seconda è che esiste una questione sociale di tipo nuovo
che si delinea nell’intreccio stretto tra
aumento delle diseguaglianze sociali, attacco al valore del lavoro, sua precarizzazione, diminuzione della dignità e dei diritti della persona, in particolare delle donne e dei giovani, degrado ambientale.
I dati noti istat-bankitalia: crescita delle diseguaglianze,
penalizzazione dei redditi da lavoro e delle pensioni, a favore delle rendite e dei profitti,
riduzione del redito delle famiglie (nel sud la situazione è ancora più pesante) delle famiglie e negli ultimi due anni (in piena crisi) sono aumentati dell’1,6% i redditi di quel 10% di famiglie che detiene circa il 50% della ricchezza.
aumentato della cassa integrazione, della disoccupazione, i giovani senza lavoro, gli scoraggiati/disperati, i licenziamenti delle donne in maternità, le coppie in coabitazione (cioè ospitate dai genitori), è aumentato il numero dei poveri, i gli immigrati poveri sono quasi 1 su 2. ecc….
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La terza è che l’uso privatistico della rivoluzione scientifica e tecnologica ha frenato la qualità dello sviluppo, ridotto, decentrato e allargato la precarizzazione del lavoro in Occidente.
Il fallimento neoliberista sta nella incapacità di considerare l’innovazione e la rivoluzione tecnologica come un potente volano per il lavoro, l’ambiente, l’impresa e per la presenza dell’Italia e dell’Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro.
Non è un caso che il nostro sistema di ricerca è compresso e umiliato e che tante risorse giovanili abbandonano l’Italia.
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Quarta tesi. È finita la favola che il libero mercato avrebbe risolto da sé la contraddizione ecologica
infatti stiamo nel mezzo di un gigantesco processo di privatizzazioni dei beni comuni, di una gravissima crisi climatica, di distruzione di ecosistemi e della biodiversità, di un aumento delle emissioni inquinanti nell’atmosfera, di modelli di consumo insostenibili.
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Quinta. Di fronte ai grandi mutamenti globali manca un governo democratico del mondo.
Negli ultimi 50 anni si è passati da 3,5 mld a 7 mld di persone nel mondo; assistiamo ad una gigantesca crescita economica della Cina, dell’India, del Brasile, dell’Africa; si è avuta la nascita dell’U.E.; il liberismo ha prodotto la finanziarizzazione dell’economia consegnando alla finanza mondiale un potere gigantesco; la tecnologica ha innescato la terza rivoluzione industriale e sta aprendo le porte allo sviluppo sostenibile, che ovviamente non sarà solo un portato tecnologico, ma già oggi è possibile sradicare le enormi sacche di povertà mondiale e disinnescare i conflitti che nascono per l’accaparramento del petrolio, delle altre materie prime e dell’acqua.
Insomma c’è un nuovo mondo ma gli strumenti e le logiche del governo mondiale sono assolutamente inadeguate.
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Ultima tesi è che c’è una gravissima destabilizzazione della democrazia, degli Stati e delle istituzioni democratiche dovuta all’enorme potere della finanzia mondiale, in gran parte non controllata e trasparente e che possiede un valore enormemente più grande del PIL mondiale. Essa è in grado di muovere masse enormi di risorse finanziarie, in pochi istanti e da un capo all’altro del mondo. Questa forza discrezionale e senza controlli è la causa prima della crisi della partecipazione popolare e dell’attacco ai partiti e alle organizzazioni sindacali. L’informazione, poi, è sempre più concentrata in pochi gruppi finanziari e imprenditoriali. Il sistema italiano è emblematico e siamo ad un livello di guardia.
C) Per incidere nella transizione sono indispensabili valori forti alternativi.
Tutta un’epoca si avvia alla conclusione, viviamo in un intreccio di grandi opportunità e di serissimi rischi.
In tutto l’Occidente a pagare il fallimento neoliberista non sono i responsabili della crisi, i ceti forti, ma sono i ceti popolari, il lavoro, le classi medie, le imprese, le donne, i giovani, le aree più deboli come il nostro Mezzogiorno. Dagli USA, con Obama, all’Europa, le forze democratiche e socialiste sono impegnate a bloccare possibili nuovi sviluppi liberisti o loro ritorni. Forze sociali, movimenti di giovani e di donne, mondi dei lavori, autorità religiose e tra queste la chiesa cattolica, in modo fortemente critico vogliono fuoriuscire dall’epoca neoliberista.
Tuttavia, l’esito di questo confronto nella transizione non è affatto certo e scontato.
Per questo crediamo che sia urgente saper indicare le riforme sociali, civili e ambientali necessarie e proporre una nuova idea di società.
È il momento, quindi, di lavorare per una svolta democratica in Europa e in Italia.
In questa transizione si ha bisogno però di una bussola che funzioni.
La bussola è data da quell’insieme di valori innovativi che si sono fusi nella cultura profonda di chi in questi lunghi decenni ha contrastato il liberismo o ha teso a mitigarne i danni.
Esiste oggi un nuovo nucleo ideale e valoriale con cui operare.
Esso è composto dalle idealità socialiste, dai valori dell’eguaglianza della dignità della persona, dai valori del protagonismo delle donne, della responsabilità verso la natura e della pace. (e per usare le parole dell’enciclica “Caritas in Veritate”, valori necessari per rendere l’uomo “custode” del creato).
Le radici di questi valori sono antiche e recenti.
Non sono parole del passato, sono le fondamenta su cui sarà possibile costruire il futuro.
Sono valori verso cui guarda gran parte delle nuove generazione.
Valori che sono stati fondamentali nelle durissime lotte per la trasformazione democratica del sistema capitalistico e per la civilizzazione di intere nazioni.
Sono stati la carta d’identità delle forze del lavoro e popolari affacciatesi alla storia come nuove classi dirigenti e per riconquistare la democrazia in Europa e in Italia dopo la barbarie nazifascista.
E poi sono stati indispensabili per realizzare lo Stato sociale, conquistare i diritti civili, per abbattere le dittature e per definire l’idea di sviluppo sostenibile.
Nella transizione questo nuovo nucleo di valori è la bussola che serve per dare dignità e diritti alle persone, ai giovani e alle donne, per creare lavoro, per incentivare l’impresa responsabile solidale e cooperativa, per costruire una società sobria, solidale, accogliente, libera e di eguali.
Valori alti che servono per liberare e ripulire la politica dalla meschinità individualistica, personalistica e affaristica e per una riforma della politica.
Credo che la vicenda Lusi abbia dato altra benzina all’antipolitica e il PD farà bene ad espellerlo immediatamente.
I valori di cui parliamo non sono vecchi idoli da venerare ma rappresentano l’innovazione, la strada maestra del cambiamento possibile.
Sono le coordinate della Ricostruzione e tendono a ridefinire concreti rapporti sociali, concrete opportunità di lavoro e sobri stili di vita. Rappresentano una nuova e più umana scala di valori etici.
E ancora più concretamente liberano energie e creano lavoro.
E come dicono ora dal FMI sono le diseguaglianze sociali che deprimono l’economia.
D) La nostra “lettera” si chiude con un appello all’unità delle forze progressiste e socialiste perché ci pare evidente che solo uno schieramento ampio e internazionale può realisticamente incidere nella transizione e realizzare la svolta democratica necessaria. L’unità è indispensabile e urgente in Europa.
E nella prospettiva di una Europa federale sono essenziali grandi partiti europei che vanno costruiti o rafforzati e innovati come il PSE. Pertanto per il PD l’incontro con i partiti socialisti europei è questione vitale e di fondo.
Sarebbe starno che nel mondo della globalizzazione venisse meno una visione generale delle forze da coinvolgere ed unire, e ci si rinchiudesse in un rinunciatario localismo. Si deve stare bene radicati nel locale ma con lo sguardo al mondo.
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Siamo poi convinti che la crisi attuale cambi la natura della discussione tra di noi, a sinistra e tra le forze democratiche.
Sarebbe a dir poco “stravagante” che invece di affrontare le questioni della transizione continuassimo a dividerci in modo subalterno, come si è fatto per lunghi anni, su come mitigare oggi le politiche fallimentari del neoliberismo.
Se questo è vero, allora, la ricerca culturale e il dibattito politico possono ritrovare forza e nuovi e maggiori punti d’incontro e di unità. Possono superare antiche divisioni e dolorose separazioni.
E) Per concludere, quando diciamo “con e nel PD”,
stiamo chiedendo al nostro partito di alzare il livello della discussione culturale e politica, di aprirsi, di guardare a chi ci è vicino, alla società, alle forze popolari e dei lavori.
Chiediamo questo perché siamo consapevoli che il ruolo e le responsabilità nostre sono grandi, grandissime.
Le forze portatrici delle idealità che abbiamo indicato, nel PD ci sono.
Ma sono divise, frammentate e indebolite da errori politici del passato e dal virus della personalizzazione.
Ai giovani e a tutte e tutti noi, chiediamo di essere più attivi, visibili, combattivi, più uniti e unitari.
Ciò lo riteniamo un bene per il PD in quanto potrà contare nel suo rapporto con la società su un pluralismo forte che va ben oltre le componenti liberali, potrà avvalersi di su un soggetto largo, un’area culturale di sinistra, portatrice esplicita delle nuove idealità socialiste, ecologiste e solidaristiche. Un’area culturale che tra i suoi convincimenti e propositi ha quello del superamento del correntismo e della frammentazione personalistica e localistica, vuole la valorizzazione degli iscritti e degli organismi dirigenti e per questo ritiene indispensabile modificare lo statuto e le modalità congressuali che non fanno ragionare ma solo votare per una persona.
Anche fuori e vicino al PD c’è bisogno affermare grandi idealità.
Perché ci sono tante forze (movimenti, speranze giovanili, gravissimi bisogni sociali) che richiedono il cambiamento. Ma sono anch’esse divise e percorse da profonde diffidenze verso la politica e verso il PD.
Con Bersani abbiamo superato le derive della personalizzazione e del plebiscitarismo e possiamo chiamarci “partito”, volontà e organizzazione collettiva.
Dobbiamo ora fare altri passi in avanti importanti e decisivi nel radicamento sociale, nella coerenza tra principi e atti politici e di governo, nel fare del PD un più robusto strumento della partecipazione popolare.
INTERVENTI – Report Finale, 5 febbraio 2012
( sintesi a cura di Guido Iodice)
Carla Cantone
Quando si parla del modello di società occorre capire la condizione degli anziani, anche perché sono un terzo dei cittadini. I 60enni e 70enni,coloro che fanno parte delle generazioni del secondo ’900, hanno lottato per le conquiste sociali, non solo per i lavoratori, ma per tutta la società. Non siamo disponibili a cancellare quei valori, usando la Grande Crisi come scusa. Si possono modificare gli strumenti, ma non i valori. La destra delle banche, la destra liberista, ci sta provando e dobbiamo impedirlo. Questo mutamento regressivo non lo può permettere la sinistra europea, non può permetterlo il PD. Dobbiamo scrollarci di dosso la fatalità: o ci inchiniamo alle decisioni di Monti o rimane la crisi. Non è così. Dobbiamo spiegare al Paese che siamo più interessati di Monti a uscire dalla crisi, ma con più eguaglianza. Non siamo stati noi, non sono stati i lavoratori o i pensionati, a ridurre così il paese. Dobbiamo parlare delle responsabilità della finanza ma anche delle imprese – parlo soprattutto di Confindustria – che non hanno innovato, ma puntato sulle delocalizzazioni e la riduzione dei costi.
Non sono responsabili gli operai – una parola che dobbiamo tornare a pronunciare – gli impiegati, i giovani, le donne. La supponenza del Prof. Monti non va bene, né va bene toccare l’art.18. Sono d’accordo con Claudio Sardo e quanto ha scritto nel suo editoriale di oggi sull’Unità.
L’idea di Monti di cancellare il confronto con i sindacati non può passare. Mortifica anche i partiti. Se il PD non interviene pagherà un prezzo altissimo.
Il significato del documento di oggi è un’alternativa al neoliberismo, al suo «malinconico autunno» rappresentato dalla crisi. Di politica di partito ne abbiamo bisogno anche per fermare l’antipolitica montante. L’obiettivo fondamentale è unire le forze che si riconoscono nel socialismo europeo. Parlare di eguaglianza e giustizia sociale senza essere considerati nostalgici. Per questo occorre ricostruire il tessuto della rappresentanza sociale in cui si è infiltrata l’ideologia liberista. Occorre parlare a coloro che non si riconoscono più in nessun partito, ma che spesso sono elettori che hanno sempre votato PD o sinistra. Dobbiamo riconquistare la società con proposte concrete.
Massimo Pintus
Nei mesi passati si sono moltiplicate iniziative legittime che avevano l’intento di dare una strada al PD per uscire dalle secche; tutte iniziative valide ma, ancora insufficienti. Oggi invece centriamo un grande obiettivo: ci ritroviamo in nome di scopi condivisi. Un approccio che rappresenta una grande novità per il nostro partito in questi anni. Il welfare, il tema degli stranieri, il rapporto nord sud. Il berlusconismo non ancora tramontato ha provato a far passare nel paese l’idea di secessione che ha innescato un meccanismo di disaffezione allo stato. Berlusconi diceva: se le risorse del nord rimangono al nord sì, il sud sarà sempre più povero, ma il nord sarà sempre più ricco , dunque starà meglio e starà meglio il Paese intero. Questo è un falso. Il nord e il sud (siano essi di una città, di uno stato) tenderanno sempre ad essere in disparità: nord più occupazione sud disoccupazione. Il premio nobel per l’economia Phelps diceva invece: usciranno per primi dalla crisi i governi che riusciranno a ridurre la differenza tra nord e sud. I parametri di crescita di un paese riguardano il paese nella sua interezza, non del solo nord. E se il sud è povero……si abbassa notevolmente, ecco perché gli stati esteri non investono in Italia. Questo ha impoverito sempre più non solo il sud ma l’Italia intera. Pensiamo alla Germania dopo l’unificazione. In appena 20 anni Germania ovest ed est hanno pareggiato i conti del pil, e lo hanno fatto adottando un approccio culturale diverso. Quello che abbiamo assunto in Italia è sbagliato. Deficit infrastrutturale del nostro paese: per la percorrenza Roma Milano ridotta spesi 9,8 miliardi di euro, una spesa esorbitante. Con questa stessa cifra con alta velocità connettere tutti i capoluoghi della provincia d’Italia. C’è molto da fare. Il nostro ruolo sarà ridurre il divario culturale. Il dibattito sull’antipolitica di questi giorni è il residuo dei governi di destra. Corruzione e malgoverno hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla politica. Il PD può e deve recuperare il rapporto con elettori a partire da ora prima che sia troppo tardi. Il tema non sono i tagli – sebbene sia un problema etico importante- ma bisogna riconquistare la fiducia degli elettori nelle istituzioni. Proponiamo un nuovo patto tra cittadini e istituzioni le quali sono il sale della democrazia. Monti va sostenuto o no? Andiamo oltre questo interrogativo. Dobbiamo esercitare il ruolo che ci è proprio, quello della più grande forza politica del paese coniugando equità e solidarietà costruiamo Italia con atteggiamento solidaristico in cui tutti i cittadini di ogni estrazione sociale siano uniti. Vogliamo un’Europa che diventi un insieme di popoli e che dia quindi peso alle istituzioni europee. La crisi economica non deve indurci a togliere risorse alla valorizzazione dell’ambiente perché questo significa bloccare la crescita. Green economy crea occupazione e aumenta il pil. Il Pd deve stimolare ed essere pungolo dell’attuale governo perché si parta dall’ambiente per creare nuove aree occupazionali. I temi della crescita e dell’occupazione devono essere affiancati a quelli dell’ambiente. Potremo così dare un contributo concreto alla rinascita del paese, quello che Napolitano ha definito recentemente come obbligo fondamentale per ogni cittadino.
Nicola Oddati
Abbiamo un problema drammatico: con quale strumento noi facciamo la nostra discussione? Un ruolo di riflessione come questo deve ragionare su come funziona il PD: della democrazia e della partecipazione al dibattito dentro il partito. Una volta stabilito ciò bisogna capire come partecipare alle decisioni. A volte mi chiedo: ha senso partecipare alle discussioni nel PD? E’ importante avere delle regole che ci facciano sentire parte di una comunità, con un minimo di solidarietà, anche imperfetta. Questo è il primo tema. Il problema è superare la cortina di ferro delle correnti cristallizzate. Quando chiedo «ma esattamente la differenza tra un Lettiano o un Bindiano qual è? Perché ci siamo scontrati in quella o quell’altra riunione?», nessuno mi risponde. La risposta in realtà è quella tradizionale, quella riguarda le personalità più rappresentative. Questo ci fa perdere pezzi soprattutto tra le nuove generazioni.
Il secondo tema: l’idea di unire il PD su una matrice socialista, critica, può avere un peso se sa leggere la realtà. Dobbiamo cercare di capire che oggi essere di sinistra può voler dire anche cose molto diverse da come le abbiamo concepite perché la griglia sulla quale la facciamo è molto diversa dal passato. Ad esempio noi dobbiamo spiegare quello che ha detto Carla Cantone. Dobbiamo spiegare che l’impresa è un luogo di produzione in cui devono vigere dei diritti. I giovani altrimenti come potranno costruire una partecipazione alla società? Occorre non avere vergogna di dire che esiste una sinistra che si occupa di questo. Occorre scuotere il PD dal torpore, andare oltre l’attesa tra una campagna elettorale e un’altra.
Claudio Sardo
Quella di oggi è un’iniziativa che aiuta a ricollegare tutti noi con una comunità politica che analizza il presente e progetta il futuro. L’unità ha senso solo se collegata con una comunità politica che voglia discutere e innovare. Siamo in tempi difficili, abbiamo davanti una lunga stagione di stagnazione. L’antipolitica cresce a causa dell’impotenza delle istituzioni democratiche mondiali ad incidere sui mercati. Il ripiegamento individualista provoca sfiducia nella comunità ed erosione nelle reti di solidarietà umana: la protesta è lasciata al ribellismo solitario, ma è la comunità a trasformare questa ribellione in cultura e progetto. Senza unità e comunità avremo sempre tecnici e forconi. Il momento è importante, siamo alla fine del ciclo della seconda repubblica (un nome improprio), incapace analizzare il rapporto tra istituzioni e società e siamo alla fine del decennio berlusconiano. Non è scontato che dalla fine di questi cicli esca una crescita della partecipazione nel sociale, ma in questo scenario il governo Monti è un terreno di battaglia politica. L’atteggiamento di rifiuto aprioristico è sbagliato, ma è sbagliato anche appiattire il centrosinistra sul ruolo di mero esecutore. Pochi giorni fa Sergio D’Antoni ha scritto sull’articolo 18: “questa legislazione sul mercato del lavoro è frutto d’una divisione interna del governo in carica, non credo che il Pd possa votarla”. Il problema è il modo in cui il Pd sta nella battaglia e mette in campo le sue forze. Sono state dette molte cose sull’articolo 18, il vero punto è il ruolo dei sindacati e quindi anche dei partiti. La questione è il modello sociale che andiamo a costruire. Il bivio di fronte al quale ci troviamo in questo momento è: se il governo dei tecnici consegnerà alla fine del suo mandato una governance della crisi determinata da un’oligarchia ristretta e che peraltro è sostenuta da tutti gli strumenti di informazione mentre dall’altra parte c’è il deserto.
Il Pd non ha ancora adempiuto alle sue promesse. Ci sono certo logiche di apparato nel Pd che gli impediscono di muoversi, il rinnovamento è necessario anche per aprirsi e riconciliarsi con la società. Ma perché il ricambio sia vero c’è bisogno di un partito e che il circuito democratico funzioni. Qui si colloca il tema delle istituzioni connesso alla questione della rappresentanza. Il Pd è nato come ponte verso un nuovo sistema politico, ma così ancora non è. Il sistema maggioritario di coalizione ha indotto il sistema alla paralisi. Il bipolarismo è stato volutamente confuso con il maggioritario. Il bipartitismo aumenta le disuguaglianze e riduce il ruolo dei corpi intermedi. Ecco l’importanza del tema della rappresentanza. Il Pd si deve impegnare in questo e non deve avere paura di un sistema in cui la rappresentanza sia articolata. Abbiamo bisogno di un sistema semplificato altrimenti aumenta la frammentazione. Questo lavoro sulle istituzioni non deve però schiacciare il Pd sulle istituzioni. Il partito deve essere più società e meno istituzioni. Il Pd deve guardare alla società e darle voce, anche se costa qualche contraddizione. In questo la cultura democratica è un orizzonte che può aiutarci. Non mettiamolo in contrapposizione con la tradizione socialista. Il personalismo cristiano può essere d’aiuto per ancorare meglio il Pd a sinistra. La battaglia sui beni comuni può aiutare a ridefinire un’idea di pubblico e di una governance democratica che governa effettivamente il mercato, i servizi, che consenta di far entrare nel mercato soggetti nuovi (ad esempio l’economia sociale).
Ora abbiamo la prioritaria necessità di un incontro a livello europeo tra le forze progressiste. Il Pd deve essere una forza di centrosinistra ma anche la forza più rappresentativa della sinistra italiana altrimenti non può raggiungere gli scopi che si prefigge. Assumiamoci un impegno comune per l’Europa di domani.
Pietro Folena
Abbiamo sentito il bisogno di riunirci, di iniziare un cammino, perché vogliamo contribuire a tenere viva la speranza che la politica, la sinistra, anche questa strana costruzione che è il PD, possa dare voce ai sentimenti, all’indignazione, alla paura per il futuro che sono presenti nella società italiana. Non siamo qui per costruire la 19° corrente del PD. Siamo qui per provare a unire col PD e nel PD coloro che condividono l’ansia di tramutare presto l’indignazione in politica, di trasformare la società con proposte concrete, qui e ora. Questa tensione al cambiamento non è un arnese del passato. So che dobbiamo superare montagne di diffidenze, interne ed esterne. E so che la dispersione di gruppi, di persone, di forze, di generazioni, di intellettuali, questa «evaporazione» da stato «solido» a uno «gassoso» della sinistra, sarà difficile da invertire e non torneremo a come eravamo prima. Ma so che è necessario. L’indignazione è sempre stata una molla: dal Cile di Allende alla primavera araba. Ma se questa indignazione non trova sbocco in una forza politica è destinata a soccombere. Oggi una parte di questa indignazione è rivolta alla stessa classe politica. La vicenda Lusi ci dice di un’idea malata della politica che «tifa» per il capo, il capetto di turno. La questione morale è l’anticamera di qualsiasi discussione politica. Poi però occorre fare i conti con quello che viene dopo. Hollande nell’intervento che abbiamo tradotto ci dice che la promessa della Repbblica è che le generazioni che vengono dopo staranno meglio di quelle che le hanno precedute. Questa promessa è stata tradita. E’ questo il compito del socialismo europeo. Il socialismo europeo ha fatto errori grandi, ha fatto propria l’illusione liberista. La madre di questi errori è la “terza via” di Blair. Meglio avremmo fatto ad ascoltare i movimenti alterglobalisti che sono diventati governo in Brasile, oggi una grande potenza mondiale.
La destra ha fallito in modo clamoroso. Abbiamo tradotto il documento SPD-Verdi che ha una forza straordinaria in questa critica alla coppia «debito pubblico-mercati ». Che parla di una politica che ha il respiro degli investimenti, dell’espansione, dell’ecologia. Hollande ha detto che il suo avversario non è un partito, è la finanza. Noi invece siamo troppo freschi nella frequentazione di questi salotti finanziari. Si stenta a vedere un’azione del governo su questo. Altro che lettera della BCE. Il problema è cambiare la BCE. Occorre rovesciare l’impostazione di questi anni, insieme ai socialisti francesi, all’SPD, ai socialisti spagnoli. Anche in politica estera. Hollande dice che il suo primo atto sarà il ritiro dall’Afghanistan. E noi, che ci stiamo a fare lì?
Se il PD ha fatto un grande sacrificio per il paese, sostenendo il Governo Monti, che ha un segno moderato e conservatore, dobbiamo però avvertire che ci sono limiti invalicabili. Uno è quello dell’art.18, non perché sia la tutela di tutto, ma per la valenza politica, culturale, ideologica che ha la sua cancellazione che parla dell’idea di come l’economia sarebbe frenata dalle tutele, invece di occuparsi di come rilanciare l’economia e creare nuovo lavoro..
Non c’è nessuna nostalgia. C’è però il richiamo ad un’idea di trasformazione nel socialismo europeo. Non da solo ma insieme all’ambientalismo, a quello che ci dice il pensiero religioso, al pensiero liberale di sinistra.
Bisogna sapere contro chi stai e con chi stai. Serve un laboratorio politico-culturale che si rivolga al PD e fuori dal PD alle forze che, finita la transizione italiana con il governo Monti, vogliono cambiare le cose. Istruendoci sulla società di oggi, perché c’è bisogno di intelligenza – come diceva Gramsci – organizzandoci, tessendo relazioni e raccordi, perché c’è bisogno di forza.
Nico Stumpo
La discussione sul ruolo del sindacato e dei pensionati italiani mi fa venire in mente l’assemblea tenuta a metà anni ’90 in questo centro congressi.
La sinistra deve stare nei luoghi di decisione. Il compito del Pd deve essere quello del pungolo che fa ricordare quotidianamente quali debbano essere le posizioni della sinistra in questa nuova fase. Pd è un partito progressista europeo. Gli indignati nascono perché non c’è possibilità di guadare al futuro. Negli anni 90 abbiamo rincorso il liberismo e scambiato la flessibilità con la precarietà. Se davvero ci fossero opportunità uguali per tutti la nostra sarebbe stata – e sarebbe – una società completamente realizzata. E invece non era e non è così. Non basta più neanche parlare di un solo paese, l’Italia da sola non ce la farà. O lavoriamo per costruire non solo l’unità economico-finanziaria dell’Europa ma anche un’Europa che sia politicamente unita, oppure sarà molto difficile poter mettere insieme i progressisti in Italia e in Europa. Dobbiamo invertire la tendenza attuale. Un partito che vuole fare queste cose deve avere una sua credibilità, deve acquistare forza e dignità. Dobbiamo avere una posizione chiara, non si possono accettare comportamenti come quello di Lusi. Come i partiti debbono stare in questa società? Difendiamo i finanziamenti pubblici ai partiti perché è necessario per la democrazia, ma pretendiamo trasparenza nei bilanci. Siamo strutturati per andare lontano, ma modifichiamo alcune cose nel nostro dna. Non tutto si può ridurre a competizione e partecipazione. Aggiungiamo collaborazione, responsabilità. Che i gruppi dirigenti si assumano le proprie responsabilità, da qui dobbiamo ripartire.
Guglielmo Epifani
Oggi tra di noi c’è convergenza attorno a due grandi questioni: la prima consiste nei limiti della costruzione finanziaria europea; la seconda nella crisi del nostro paese che appare come un vero e proprio declino. I limiti della costruzione europea sono non solo in una governance economica fragile. La soluzione di questa fragilità induce a porsi il problema del deficit di democrazia. Non c’è l’idea della costruzione di un sistema che sia costituito da paesi federati. Non si può risolvere il problema della debolezza monetaria se non partendo dalla democrazia. Serve un vero parlamento eletto da tutti i cittadini europei e un sistema di paesi federalmente uniti. Sulla questione del declino del paese: nel 2001 avevamo un capitalismo fortissimo che pensavamo avrebbe risolto tutto. Invece in 10 anni il nostro paese è cresciuto zero: la chiave che risolve il problema è se il paese riprende a crescere con un ritmo di sviluppo accettabile. Quello che segna la distanza tra generazioni è questo: i nostri giovani non hanno davanti questa prospettiva di crescita. Non scambiamo le cause con gli effetti. Ripartiamo dalle questioni fondamentali. Dentro ciò c’è l’anomalia del nostro paese. Una caratteristica tutta italiana del sistema politico, la fragilità della forma di rappresentanza politica e il nostro bipolarismo. E su questo un governo tecnico con il compito di risolvere i problemi economici non serve. Le forze politiche in questo governo tecnico corrono molti più rischi non solo per ciò che c’è fuori, ma anche per le proprie responsabilità. La questione allora si fa seria: è una discussione sui limiti della democrazia di fronte alle difficoltà dei mercati. Rischiamo di vedere la crisi di legittimità della rappresentanza politica. Il Pd con tutti i suoi limiti è l’unico partito non personale che esiste nel panorama politico italiano e il partito personale è il più antidemocratico partito che possa esistere.
Il Pd se vuole essere coerente col suo atto di nascita deve recuperare un radicamento più forte della sua identità nella cultura del lavoro. Ripartire dal lavoro vuol dire fare i conti seriamente con le rappresentanze del lavoro. Non prescinderne. Il Pd ha il problema di definire se stesso: che cos’è? Appare come uno spazio pubblico più che un partito. Certo non serve un partito ideologico come una volta. Ma alla fine di ogni discorso, un partito deve scegliere una linea e andare avanti con quella senza frantumarsi. Contro il Pd si sta giocando una partita molto importante nel quadro del governo italiano. Il governo tecnico ha sbagliato quando nella prima manovra non ha voluto dar retta al sindacato caricandone il peso sui redditi medi e medio-bassi e sulla riforma delle pensioni. La riforma previdenziale farà risparmiare? E allora perché non abbiamo alzato i coefficienti di trasformazione, piuttosto che affondare in un sistema contributivo puro che affossa i giovani? Ha sbagliato quando ha fatto crescere l’inflazione. Non si sentiva il bisogno di aumentare l’accisa sui carburanti. Quando il paese non cresce e la povertà aumenta, aumentano le differenze sociali. E sbaglia anche sull’articolo 18: non è vero che non arrivano investimenti esteri a causa dell’art 18. Prima vengono molti altri problemi. I problemi sono complessi, attorno al Pd crescono responsabilità molto grandi. Serve che rapidamente il partito riprenda in mano il progetto su come presentarsi alle elezioni e aprire una straordinaria campagna democratica, poiché un governo oligarchico chiude la democrazia.
Gigi Bellassai
E’ un’iniziativa importante che dà senso all’impegno nel costruire il PD e indirizzarlo verso i valori di cui stiamo parlando. La crisi ha portato alla ribalta un concetto fuori moda: la disuguaglianza che oggi ha contorni drammatici. Il rischio è che venga reso accettabile questo regime di iniquità. Bisogna mettere i piedi nel piatto, riportare al centro il lavoro, in una visione innovativa perché una prospettiva che include gli altri è l’unica possibile.
Il movimento dei forconi parte da una condizione vera ma alimenta l’antipolitica, il populismo pericoloso. Per questo serve far tornare la politica, tirare fuori la necessità di una coesione territoriale più forte, l’esigenza di politiche per il mezzogiorno per affrontare la crisi che sta tagliando le gambe alla nostra terra. Questo è un compito del PD. Vi è uno tsunami di voglia di futuro, io penso ci siano le condizioni per rimettere in piedi diritti e capitale sociale, qualità della vita, la bellezza, la felicità. A partire da qui, ritornando alla politica dei circoli nei quali è presente tanta buona energia, idee e voglia di cambiamento, per diffondere nel territorio l’idea di questa nuova sfida.
Stefano Fassina
Il problema fondamentale, ciò che tiene ancora compresse le nostre potenzialità, è prevalentemente sulla battaglia delle idee. Non riusciamo ancora a vincere la battaglia delle idee. Non è ancora chiaro che la matrice di ciò che avviene è la regressione delle condizioni del lavoro, che ha riguardato non solo le fasce deboli ma grande parte delle classi medie. C’è una crisi di legittimazione del capitalismo, che non dà risposte soddisfacenti per la grande maggioranza della popolazione.
Mi pare questa la posta in gioco. Non lo spread. Il punto è a mio avviso il seguente: nel momento in cui perdono centralità le democrazie europee, in cui salgono alla ribalta le potenze asiatiche, è possibile ricostruire in Europa la civiltà del lavoro, oppure essa è una parentesi storica, un fortunato accidente? Accettiamo che la modernità sia determinata, oppure quella modernità può essere riorientata dalla politica e dalle forze economiche e sociali? Sbagliano coloro, anche nel nostro partito, che dicono che l’alternativa è resistere o cambiare. No, l’alternativa è tra cambiamento regressivo e cambiamento progressivo. Essere progressisti – penso che il termine riformisti sia troppo inflazionato – vuol dire accettare quella direzione unica di cambiamento e fare quello che la destra non può o vuole fare? Una parte di noi pensa così. A me pare invece che il nostro compito di progressisti è condizionare il segno della modernità.
La questione del governo Monti sta qua. E’ una mistificazione parlare di governo tecnico, perché le scelte sono politiche. Se insistiamo con la storia del governo tecnico il racconto è che il cambiamento è unico, la verità sta a Francoforte e i sacerdoti sono quelli, mentre la politica ha il compito di far accettare quella storia.
Perché non va bene Monti quando parla dell’art.18 e del mercato del lavoro? Perché di posizioni sul mercato del lavoro non ce n’è una sola, i partiti che sostengono il governo hanno idee diverse. Termini come «apartheid» sposano la linea della destra che per noi è insostenibile e ostacola l’incontro con le forze sociali.
Occorre rendere visibile che il cambiamento è uno spazio di iniziativa politica e non è determinato a priori. L’alternativa è che il cambiamento è dato, la tecnocrazia ne è l’interprete migliore. Non a caso il governo ha una sufficienza nei confronti delle parti sociali. Il rapporto con le parti sociali diventa inutile e va fatto per «buona educazione». Anche il parlamento diventa un passaggio inutile perché i partiti sono soggetti corporativi, mentre l’interesse generale sta sopra, ed è dato. Bisogna ribaltare questa lettura, il paradigma liberista per cui la politica è ancillare all’economia.
Per mettere la persona che lavora al centro penso che il personalismo cattolico ci dia un grande contributo, lo dico io che vengo da una storia diversa. Ci sono grandi forze che si muovono in questo mondo.
Per costruire l’art.1 della Costituzione le forze progressiste devono andare oltre lo stato nazionale. Se fallisce l’Europa i progressisti diventano una forza residuale.
Credo che in questo passaggio dobbiamo insistere sul fatto che esiste una corrispondenza tra futuro del PD e futuro del lavoro. I nodi di fondo non sono stati aggrediti dalle politiche europee. Il governo Monti è un ancoraggio importante per la credibilità del Paese, una credibilità che gli abbiamo conferito anche noi, ed è riuscito ad evitare scelte ancor più negative per l’Italia e l’Europa. Dobbiamo stare in questa prospettiva, ma con la schiena dritta e fare del parlamento un luogo che incide nelle scelte.
Ma l’uso del termine «apartheid» è stato offensivo, perché si trasmette l’idea che ci sono quelli con troppe tutele che fanno la parte dei segregazionisti. E’ questa la contrapposizione? Vorrei che fossero noti i dati sulle retribuzioni, i dati dei disoccupati che stanno a casa nonostante l’art.18. C’è una priorità del conflitto sociale. Il conflitto generazionale è stata una manipolazione mediatica straordinaria. Se c’è il 10% che ha accumulato potenza economica e politica, come si concilia questo con l’idea del conflitto generazionale?
Come dice Krugman siamo al trionfo delle idee fallite, quelle tra gli altri di Alesina e Giavazzi, che dalle colonne del Corriere dicono le stesse cose di 20 anni fa.
Questa non sarà un’ennesima corrente. Può invece essere un laboratorio politico e culturale per esercitare la controffensiva di cui ho parlato. Aiutare nella battaglia delle idee. E costruire una forma partito che non sia semplicemente la ratifica da parte dei gruppi dirigenti di idee discusse altrove.
Walter Tocci
Monti non sarà un fenomeno passeggero. È causa e effetto di una visione neocentrista. Si è formato un nuovo centro gravitazionale necessitato da una spiegazione unilaterale della crisi che riduce tutto al fuorviante tema del debito pubblico. Se avessimo realizzato il Pd come l’avevamo pensato non sarebbe rimasto spazio per Monti. Il Pd ha fallito e si ritrova a svolgere un ruolo non lontano da quello dei Ds. Si ripropone il problema non risolto nel ventennio precedente di una sinistra nazionale. Ci sono tutte le condizioni per il riavvio della riconversione del Pd. Il pericolo è che a dare le carte sia questo neocentrismo. Se quello rimane l’unico centro gravitazionale abbiamo come esito la subalternità. Prepariamo quindi la riconversione politico-culturale del progetto del Pd con l’obiettivo di mantenere nell’isolamento la destra berlusconiana. Il problema storico della sinistra italiana è evitare l’alleanza tra il centro e la destra nel nostro paese. Occorre creare un nuovo senso comune e una nuova uscita a sinistra della crisi. Tutto ciò non è ordinaria amministrazione. Consegniamo alle nuove generazioni un patrimonio svalorizzato e impoverito. In questi anni che rimangono la nostra generazione può fare qualcosa per migliorare questo patrimonio. Ad esempio qui a Roma con l’elezione a segretario del Pd di Marta Leonori. Occorre aiutare le forze reali di rinnovamento per avere nuovi dirigenti.
Alessandro Bianchi
Questo è un luogo che è giusto chiamare laboratorio. Il tema di fondo è costruire una sinistra di governo capace di proporre un progetto alle persone.
Mi sembra che se vogliamo fare le cose che ci siamo detti di fare e affrontare tutte le questioni poste, dobbiamo partire da una questione di carattere generale. Il punto di partenza è lavorare per affermare la presenza di una sinistra capace di governare il paese. Una sinistra di governo. Prendiamo atto di una situazione di distacco e disamoramento di parti importati della nostra società dai partiti. L’ordine di grandezza è del milione che si è distaccato dalle sue tradizionali rappresentanze politiche. Questi partiti non hanno più espresso un progetto per il paese. Quando la società perde il senso di appartenenza al progetto per il futuro inevitabilmente questa società si ripiega su se stessa. Il pd ha perso questa capacità. Non abbiamo un progetto per costruire. Dobbiamo ripartire dai valori tradizionali della sinistra. Dobbiamo parlare di equità sociale. Una esigua minoranza assorbe il 70% della ricchezza. La questione del Mezzogiorno è una questione non risolta. Serve dare senso a questa parlata «a vuoto» sul “Mediterraneo al centro del mondo”.
Intervento conclusivo di Carlo Ghezzi
Grazie a tutti voi che siete intervenuti così numerosi, nonostante un tempo così inclemente, per una discussione che si è dimostrata partecipata e di grande qualità in una bella riunione di persone preoccupate per la gravità della crisi che colpisce i paesi maggiormente industrializzati come preoccupata della difficoltà a trovare sbocchi praticabili e positivi. Di persone che vogliono discutere in un paese dove i luoghi di discussione sono purtroppo pochissimi.
Dopo un quarto di secolo caratterizzato dal dilagare del liberismo e dopo che le sbornie liberiste hanno contagiato anche tanti settori progressisti oggi nei paesi anglosassoni la discussione sulla crisi del capitalismo è vivace, accesa, a tratti accanita.
Da noi la discussione è quasi silente, si rincorre il centro si discute poco, si tentenna a contrapporre ai neoloberisti che ci fanno quotidianamente le prediche dalle pagine del Corriere della Sera riproponendoci un trionfo delle idee fallite, una diversa politica economica e sociale, una diversa idea di società.
Siamo entrando in una fase di transizione gravida di pericoli ma anche di potenzialità. Verso cosa? Come? Per quale idea di società, di economia, di mercato, di rapporto tra stato e mercato? Dopo che la Chrysler del presunto innovatore della modernità che risponde al nome di Sergio Marchionne viene salvata con i soldi dello Stato e del contribuente americano. Con quali regole soprattutto a livello internazionale? Servono in questa fase storica e una epocale svolta democratica non certo il traccheggiamento ne tantomeno i piccoli passi. Alla globalizzazione sbagliata di questi decenni occorre contrapporre una diversa globalizzazione e soprattutto la globalizzazione dei diritti.
E quale dimensione territoriale se non quella europea possono indicare strade diverse, contrassegnate da regole nuove che richiedono di riprendere a ragionare sull’esigenza di un governo mondiale riprendendo le idee di Brandt, di Berlinguer, di Palme? Occorre avere il coraggio dei pensieri lunghi non del piccolo cabotaggio.
Dobbiamo alimentarci da culture e da idee antiche e nuove, del socialismo, dell’ambientalismo, della solidarietà, attingendo dal valore e dalla dignità del lavoro e dei diversi lavori che, in tutte le loro forme, producono realmente la ricchezza mentre in troppi si sono illusi che i soldi si possono fare con i soldi e vediamo dove queste scelte sbagliate hanno portato l’umanità intera. Il nostro vecchio amico Alfredo Reichlin ha scritto recentemente cose molto condivisibili in un articolo dove ci invita ad “insistere sulla ragione principale della crisi politica che sta nel fatto che il lavoro umano è stato emarginato e che è stata avvilita la sua ragione sociale. Qui sta la spiegazione di tante cose essendo il lavoro il garante dei diritti politici di tutti noi. La base dello Stato democratico.”
Crescita, sostenibilità, welfare nuovo difeso e ammodernato sono le frontiere sulle quali misurarci di fronte alle nuove sfide, ai bisogni delle persone, al lavoro che cambia, ai grandiosi processi migratori in atto, alle innovazioni tecnologiche, alla limitatezza delle risorse del pianeta, agli andamenti demografici che ci vedono fortunatamente vivere più a lungo ma che pongono ai tanti pensionati delle nostre società esigenze, problematiche e bisogni nuovi.
Un’Italia da ricostruire dunque in una Europa da rilanciare affrontando positivamente la nuova “Questione sociale” che coinvolge lavoratori, giovani, pensionati.
Abbiamo riflettuto a lungo e vorremmo realizzare un laboratorio, così ci piacerebbe definirlo, “nel PD e con il PD” non una corrente nuova.
“Nel” Pd nel quale molti di noi militano, “con” il Pd con quanti non vi si riconoscono ma che ritengono che senza il contributo decisivo del Pd in questo paese non sia possibile costruire una alternativa.
Un laboratorio è un luogo dove si lavora insieme, si va e si viene, si sperimenta insieme, ci si incontra, ci si collega con altri laboratori. Un luogo con le porte aperte dove ci si reca per lavorare insieme ma un luogo impegnativo dove non ci si va ne per predisporre organigrammi o carriere politiche future.
Alcuni ci hanno detto che è potrebbe definirsi un laboratorio politico-culturale eco-socialista. Può essere questa una prima indicazione che ci azzecca abbastanza, che non ci dispiace.
Ci proponiamo un obbiettivo ambizioso, non costituire un’area o una corrente ma contribuire a ridefinire un nuovo asse e un nuovo profilo del PD e di lavorare con quelle forze che pensano che con il PD si debba operare perché perno ineludibile di ogni processo di alternativa. Un moderno partito di sinistra, di popolo, partecipato, costruito davvero insieme con la gente.
Vogliamo lavorare con i molti che non si riconoscono nei partiti ma che sono militanti della sinistra che credono nelle idealità socialiste, ecologiste e solidaristiche e che intendono dare un loro contributo, avere una sede di confronto e di discussione. Vogliamo misurarci fino in fondo con il contributo delle idealità che provengono del personalismo cristiano, con i pensieri lunghi di Mounier e di Maritain che, permettetemi di ricordarlo per inciso, una personalità straordinaria come Bruno Trentin operò oltre vent’anni or sono per portarli a pieno titolo nella cultura politica della Cgil valorizzando, insieme ai diritti collettivi, i diritti fondamentali della cittadinanza e il valore della persona nel lavoro.
Vogliamo riportare le nostre discussioni in ogni territorio insieme con chi è interessato alle tematiche che solleviamo nella nostra lettera, al sistema di valori al quale siamo sensibili, alla prospettiva di costruzione di una grande forza politica di sinistra in Europa dove lo scontra tra destre e sinistre si riaccende più che mai e posizioni velleitarie e provincialistiche da terza forziste non hanno spazio alcuno.
Vorremmo organizzare a breve a Bruxelless un seminario sull’Europa, sulla sua fase di transizione e sul futuro del socialismo europeo
A seguire vorremmo tenere un seminario sulla transizione in Italia, sul futuro del PD e della sinistra italiana mentre siamo quotidianamente impegnati a condizionare il Governo Monti a partire dalle nostre proposte e ad interrogarci sugli scenari futuri della politica italiana ed europea.
Si vota probabilmente in Italia nel 2013, ma si vota anche nel 2014 per il rinnovo del Parlamento europea e da che parte si sta in Europa? Con chi si elaborano i nostri programmi? Riteniamo di avere una risposta chiara, netta e convinta: con le forze della sinistra europea. Con coloro che nel mondo rivendicano equità sociale, lavoro, dignità delle persone, rispetto per la natura e chiedono che la politica diventi partecipazione al servizio del bene comune in grado di contrastare l’enorme potere accumulato dalla finanza mondiale. O qualcuno pensa forse ancora di restare a metà del guado?
Abbiamo apprezzato Pier Luigi Bersani per aver portato nella grande manifestazione organizzata dal PD il 5 novembre del 2011 Holland e Gabriel in piazza San Giovanni; qualcuno non è venuto perché si è indispettito per tale scelta, noi in quella piazza invece ci siamo trovati bene.
Bisogna senza timidezze proseguire nella giusta direzione insieme con il campo di forze della sinistra europea che deve indubbiamente accentuare la propria capacità di innovazione, di ricerca e di proposta ma che rappresenta senza dubbio alcuno il campo di forze che vuole contrastare le destre e che vuole cambiare.
Basta ad inseguire blerianamente il centro, noi dobbiamo parlare a tutti, ovviamente compreso al centro dello schieramento politico e parlamentare italiano nella profonda convinzione che il rapporto con il centro nel nostro paese è sempre stato un problema politico decisivo, ma dobbiamo farlo senza subalternità o timori, dobbiamo farlo a partire da un sistema valoriale e progettuale chiaro e condiviso di chi ha idee, proposte, una visione della società e che per queste idee si batte e si spende.
Alla costruzione di queste proposte, al loro contenuto e al loro spessore abbiamo cercato di offrire spunti e contributi con la lettera-appello che abbiamo diffuso e sulla quale abbiamo convocato l’incontro di oggi che ha avuto presenti così tanti importanti interlocutori che ringraziamo vivamente per essere stati qui con noi e soprattutto per quanto ci hanno detto.
A nostra volta, incoraggiati anche dalla qualità del dibattito di oggi, intendiamo, ovviamente non da soli, seguitare ad andare avanti.
Grazie ancora a tutti e buon lavoro.
Nonostante la giornata fredda, credo che la giornata sia ”fruttuosa” per ”noi” del PD. Partito in cui crediamo,l’unico da creare un progetto per l’alternativa di governo e per cambiare il Paese. Il mio intervento rimane sul Partito,sulla sua funzione e come stare sui territori. Per me resta facile parlare di ”sinistra”, di più sinistra dentro il PD. Lungo tutto i percorsi congressuali abbiamo provato e sostenuto con tanti compagni un progetto di idealità socialiste. Oggi per me si concretizza una piccola parte di quel discorso ”a sinistra”. Fa vivere queste nostre idee, ben rappresentate sia dalla lettera aperta, che dalle tesi sulla forma organizzativa del partito, significa ”accendere” un ”laboratorio”politico di discussione a tanti che si ritrovano senza una ”sinistra moderna organizzata”. Ridà speranza alla base dei nostri militanti che più ”sinistra” dentro il PD è possibile. Rimette al centro della discussione la nostra ”ideale ”collocazione europea nel campo del PSE. L’idea di partito che più volte Bersani ha enunciato ci convince, va sostenuta ed incentivata. E’ questa azione politica messa in campo aiuta il PD. Per questo l’idea di unire i progressisti con il PD e col PD va trasferita con regole che aprono il partito alla partecipazione attiva. Anche sulla scelta dei nuovi quadri dirigenti. L’iscritto al partito deve sapere di poter contare e partecipare. La nostra idea è appena incomiciata a prendere forma. Ora tocca farla vivere. (Mimmo Volpe)